La Calabria libera dalla Peste Suina Africana: un successo in controtendenza

 

In un contesto nazionale ed europeo in cui la Peste Suina Africana (PSA) continua a diffondersi o a mantenersi in forma endemica, la Calabria rappresenta oggi una positiva eccezione. La recente eradicazione della malattia dal territorio regionale, riconosciuta anche dalla Commissione europea, segna un risultato in netta controtendenza, frutto quanto di una dinamica naturale e di una somma di fattori che hanno portato all’estinzione dell’infezione.

La lotta alla PSA in Calabria è stata ostacolata dalla morfologia del territorio: aree montane, zone rurali isolate e una distribuzione discontinua degli allevamenti hanno reso complessa l’attuazione di una sorveglianza estesa e omogenea.

Nonostante queste difficoltà, un aspetto è apparso chiaro sin dall’inizio: il territorio infetto è rimasto pressoché invariato. La PSA è rimasta confinata in un’area ristretta del Sud della Calabria, dove nel tempo si è progressivamente ridotta la pressione virale a carico degli animali. Questo andamento contrasta con quanto osservato in altre regioni italiane ed europee, dove la malattia tende a persistere o ad allargare progressivamente la propria area di diffusione.

Un elemento chiave nella diffusione del virus potrebbe essere stato il ruolo limitato dell’uomo.
In Calabria, la bassa mobilità di animali e prodotti suinicoli, unita al numero contenuto di allevamenti commerciali, ha contribuito a ridurre notevolmente le possibilità di trasmissione indiretta legata alle attività umane: un fattore che in altri contesti invece rappresenta spesso il principale motore di diffusione.

D’altro canto, anche le condizioni ambientali del Sud della Calabria potrebbero aver contribuito all’esito favorevole. L’area, infatti, potrebbe non offrire condizioni ecologiche adatte alla sostenibilità dell’infezione nella popolazione di cinghiali selvatici. Nonostante i dati sulla loro densità siano ancora limitati, si ipotizza che la sopravvivenza ambientale del virus sia ridotta rispetto ad altre zone del Paese. Temperature mediamente più elevate e fenomeni putrefattivi più rapidi nelle carcasse potrebbero favorire una più veloce inattivazione del virus, riducendo drasticamente la carica virale disponibile nell’ambiente. In assenza di una sorgente virale stabile, la trasmissione tra cinghiali diventa biologicamente insostenibile, impedendo la formazione di un ciclo endemico.

La combinazione tra limitata mobilità umana, bassa pressione antropica e fattori ecologici sfavorevoli al virus ha quindi probabilmente determinato una eradicazione spontanea.

In un momento in cui la PSA continua a rappresentare una sfida complessa per molte regioni, l’esperienza calabrese mostra che la malattia non sempre trova le condizioni per auto-sostenersi.
È un esempio di come, talvolta, la natura stessa ponga un limite alla diffusione del virus, offrendo una lezione preziosa su come ambiente e dinamiche biologiche possano contribuire al controllo delle malattie infettive.

 

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