Peste Suina Africana: le nuove sfide tra innovazione scientifica e gestione del rischio

La Peste Suina Africana (PSA) continua a rappresentare una delle principali minacce sanitarie ed economiche per il settore suinicolo mondiale. Dopo anni di diffusione in Europa, Asia e Africa, la malattia non può più essere considerata soltanto un’emergenza episodica, ma una problematica strutturale che richiede strategie di controllo di lungo periodo.

I dati epidemiologici più recenti confermano che il virus mantiene una significativa capacità di diffusione. Nel 2025 l’Unione europea ha registrato un incremento del 76% dei focolai nei suini domestici e del 44% dei casi nei cinghiali rispetto all’anno precedente, evidenziando come la gestione della malattia resti una sfida aperta.

In questo contesto, l’attenzione della comunità scientifica internazionale si concentra su alcuni temi prioritari: il rafforzamento della biosicurezza, l’ottimizzazione della sorveglianza, l’applicazione del sequenziamento genomico per la ricostruzione delle catene di trasmissione e la gestione integrata delle popolazioni di cinghiale.

È ormai ampiamente riconosciuto che la ricerca attiva e la rapida rimozione delle carcasse infette rappresentino uno degli strumenti più efficaci per limitare la persistenza del virus nell’ambiente. Parallelamente, l’analisi genomica sta assumendo un ruolo sempre più centrale nel distinguere tra persistenza locale e nuove introduzioni virali, fornendo un supporto essenziale alle indagini epidemiologiche.

Tra tutti gli argomenti, tuttavia, quello che suscita maggiore interesse è senza dubbio lo sviluppo di vaccini contro la PSA. Negli ultimi anni la ricerca ha compiuto progressi significativi, soprattutto grazie allo sviluppo di vaccini vivi attenuati ottenuti mediante delezione genica. Diversi candidati vaccinali hanno mostrato risultati promettenti in condizioni sperimentali, ma le prestazioni osservate sono ancora variabili e dipendono da numerosi fattori, tra cui il ceppo virale utilizzato, la dose somministrata e le caratteristiche degli animali vaccinati.

È importante sottolineare che, nonostante l’intensa attività di ricerca, la comunità scientifica internazionale non dispone ancora di evidenze sufficienti per affermare l’esistenza di vaccini universalmente sicuri, efficaci e applicabili su larga scala. Lo stesso fatto che la World Organisation for Animal Health abbia adottato solo recentemente standard internazionali specifici per la valutazione dei vaccini anti-PSA testimonia come il percorso verso un loro impiego diffuso sia ancora in evoluzione.

Particolare cautela deve essere riservata ai vaccini già disponibili commercialmente in alcuni Paesi extraeuropei. Sebbene tali prodotti abbiano suscitato notevole interesse, le informazioni pubblicamente disponibili sui dati di sicurezza, efficacia e monitoraggio post-commercializzazione rimangono ancora limitate e non sempre sufficienti a garantire una valutazione indipendente e completa. Persistono inoltre interrogativi riguardo la durata dell’immunità, la capacità di prevenire la trasmissione del virus e la disponibilità di sistemi diagnostici DIVA in grado di distinguere gli animali vaccinati da quelli infetti.

Per questo motivo, le principali Organizzazioni internazionali continuano a ribadire che la vaccinazione, qualora disponibile in futuro, dovrà essere considerata uno strumento complementare e non sostitutivo delle misure tradizionali di controllo. Ad oggi, biosicurezza, sorveglianza, gestione della fauna selvatica e tempestività degli interventi restano i pilastri fondamentali per il contenimento della malattia.

La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto sviluppare un vaccino efficace, ma integrare innovazione scientifica, governance sanitaria e sostenibilità economica in un approccio capace

di consentire una convivenza controllata con una malattia che, ormai, ha assunto una dimensione globale.

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14 ottobre 2026, dalle 16.30
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