A quasi quattro anni dall’introduzione del genotipo II del virus della Peste Suina Africana (PSA) in Italia, la situazione epidemiologica presenta un quadro complesso, fatto di progressi incoraggianti ma anche di criticità ancora irrisolte.
Tra le notizie positive si segnala l’eradicazione dell’infezione nel cluster del Comune di Roma e la favorevole evoluzione dei focolai localizzati in Calabria e Campania, che ha coinvolto anche la Basilicata. Il successo ottenuto in queste aree, analogamente a quanto già accaduto in Sardegna dove, dopo decenni di endemia, è stato eradicato il genotipo I, conferma l’efficacia delle misure adottate e il ruolo favorevole giocato dalle condizioni ambientali.
Persistono invece forti preoccupazioni per il cluster del Nord-Ovest, tuttora attivo e in fase di espansione. L’area coinvolta è estremamente vasta e caratterizzata da una notevole eterogeneità epidemiologica. Il fronte attualmente più critico riguarda la fascia appenninica tra Toscana ed Emilia-Romagna, dove la comparsa di nuovi casi tra i cinghiali ha comportato l’ampliamento delle zone infette. Anche la provincia di Savona mostra una circolazione virale significativa, sebbene con minori ripercussioni sull’estensione delle aree soggette a restrizioni. In Piemonte i suinicoltori guardano con crescente apprensione all’evoluzione del contagio, auspicando che il virus resti circoscritto ai margini della provincia di Cuneo.
Più rassicurante è il quadro in Lombardia e nelle province emiliane affacciate sulla Pianura Padana, dove l’adozione di misure incisive – inclusa una barriera fisica rafforzata lungo le arterie autostradali – sembra aver efficacemente contenuto il rischio di diffusione dell’infezione. Anche nell’area del Ticino pare che la situazione epidemiologica sia molto favorevole: si tratta di risultati particolarmente incoraggianti in una zona considerata strategica per l’intera filiera suinicola nazionale.
Sebbene sia ancora prematuro trarre conclusioni definitive e affrettate, l’auspicio condiviso è quello di evitare una nuova emergenza sanitaria come accaduto nelle due estati precedenti, quando numerosi allevamenti furono colpiti dalla PSA e fu necessario ricorrere a misure drastiche e onerose per contenere l’epidemia.
Alcuni fattori lasciano ben sperare: una maggiore consapevolezza da parte degli operatori maturata grazie all’esperienza pregressa; una più intensa circolazione virale in zone meno densamente popolate da aziende suinicole e, al contrario, meno attiva in prossimità delle aree a maggiore vocazione produttiva; infine, l’attuazione di misure preventive contenute nella nuova ordinanza del Commissario straordinario per la PSA, Giovanni Filippini, orientate a prevenire l’ingresso del virus nel comparto domestico, per non trovarsi a reagire tardivamente agli eventi come accade se ci si trova costretti a inseguire l’infezione in continua emergenza.
Affrontare indenni la stagione estiva sarebbe senza dubbio un importante traguardo, ma l’obiettivo finale resta vincere la guerra: la presenza del virus nelle popolazioni di cinghiali rappresenta una minaccia costante per le aziende suinicole. Se l’emergenza quest’anno fosse evitata nel domestico, le risorse risparmiate dovrebbero essere investite nel controllo della PSA nel selvatico, con l’obiettivo di ridurre progressivamente le aree endemiche e tutelare il futuro della suinicoltura italiana.