La Peste Suina Africana (PSA) continua a rappresentare una delle principali minacce per il comparto suinicolo italiano. La situazione di emergenza ha imposto abbattimenti massicci in diverse aziende, con ripercussioni drammatiche sul tessuto economico e sociale dei territori interessati. A oggi, tuttavia, il nodo cruciale non è soltanto fermare il virus, ma anche permettere alle aziende colpite di ripartire.
Il tema è quello del riaccasamento: la possibilità di rientrare in produzione per gli allevamenti in cui si è dovuto procedere al depopolamento. Una necessità vitale per centinaia di imprenditori agricoli che rischiano di chiudere definitivamente senza la prospettiva di tornare a lavorare.
Dal divieto assoluto a un percorso basato sul rischio
Fino a ora, la linea di gestione è stata perentoria: nelle aree soggette a restrizione, l’abbattimento porta a un blocco prolungato dell’attività e il riaccasamento è rimasto in sospeso. Ma questa misura, pur necessaria per contenere la diffusione della malattia, non è sostenibile nel lungo periodo.
Le Autorità sanitarie europee hanno già sottolineato la necessità di rafforzare i controlli di biosicurezza e di applicare strategie di gestione del rischio personalizzate. Proprio su questa base si colloca la proposta di introdurre procedure di riaccasamento condizionato, calibrate sulla capacità delle singole aziende di dimostrare un livello di biosicurezza adeguato.
Il ruolo centrale dell’allevatore
Naturalmente il processo non può che partire dall’azienda: ogni allevatore deve redigere un Piano di riduzione del rischio, complementare al piano di biosicurezza aziendale. Questo documento deve:
- descrivere la planimetria aziendale, distinguendo zone pulite, sporche e filtri di sicurezza;
- definire i flussi di persone, mezzi e animali;
- individuare i punti critici di controllo per l’ingresso del virus;
- indicare i sistemi di mitigazione del rischio (disinfezione, barriere, protocolli interni);
- prevedere audit periodici.
In pratica, è il detentore degli animali, con il supporto di specialisti e dell’Autorità competente locale, ad elaborare un’analisi del rischio dettagliata e ad identificare le opportune e concrete misure di prevenzione.
Verifica multilivello: dal veterinario locale alla Struttura commissariale (con il CEREP)
Il piano proposto dall’allevatore serve a supportare la richiesta di ripopolamento, ma da solo non basta. Deve essere verificato dal servizio veterinario locale, che ne valuterà la congruità e l’applicabilità: si tratta di un processo costruttivo teso anche a colmare eventuali gap che possono essere sfuggiti in prima istanza. Successivamente, il documento passerà al vaglio del CEREP (Centro di Referenza nazionale per l’Epidemiologia Veterinaria) e della Struttura commissariale, che avranno il compito di validare la procedura e trasmettere un parere al Commissario straordinario a cui spetta l’ultima parola per autorizzare il riaccasamento.
Questa catena di controllo multilivello garantirà che il ritorno all’attività produttiva non avvenga in maniera improvvisata, ma solo laddove siano presenti garanzie concrete di sicurezza sanitaria.
Una via di uscita sostenibile
Il riaccasamento, quindi, non deve essere visto come una concessione, ma come una necessità strategica per salvaguardare il patrimonio economico delle aziende, garantire la sopravvivenza delle filiere legate alla suinicoltura e allo stesso tempo mantenere elevati standard di biosicurezza.
Il futuro del settore passa dalla capacità di costruire procedure chiare e condivise, basate sull’analisi del rischio e sulla responsabilizzazione degli operatori.
Solo così sarà possibile trasformare un’emergenza in una nuova occasione di resilienza per la suinicoltura italiana.